Felice Varini al Museo d’arte di Mendrisio
Felice Varini, nato a Locarno nel 1952, è da decenni presente sulla scena artistica internazionale. Il Museo d'arte di Mendrisio gli dedica la prima grande mostra monografica mai realizzata in Svizzera. Le installazioni occupano tutti gli spazi, dal chiostro cinquecentesco alle sale interne, ognuna pensata in relazione diretta con l'architettura che la ospita. Ce ne parla la direttrice del museo, Barbara Paltenghi Malacrida.
La videointervista completa è disponibile qui. È la numero 80 del nostro vodcast.
Felice Varini è un artista conosciuto in tutto il mondo. Come mai il Museo d'arte Mendrisio ha deciso proprio ora di dedicargli uno spazio?
Barbara Paltenghi Malacrida: “Ma perché ci siamo resi conto che, nonostante sia uno degli artisti ticinesi più importanti a livello internazionale, ormai parigino d'adozione però locarnese di origine, Felice Varini non aveva, in più di 50 anni di carriera, mai avuto una grande mostra monografica in un museo svizzero. E abbiamo pensato di formulargli questo invito, un paio d'anni fa, e lo riteniamo da un lato un progetto estremamente coraggioso. Dall'altro, però, un omaggio doveroso a un artista che ha saputo ha saputo nella sua carriera trasformare il concetto stesso di percezione e il concetto stesso di pittura nello spazio”.
Come giustamente ha detto, si tratta della prima grande esposizione monografica dedicata a Varini in Svizzera. Che significato ha questo progetto per il territorio ticinese, ma anche per il museo?
Barbara Paltenghi Malacrida: “Diciamo che una grande monografica che riassumesse 50 anni di carriera era un progetto ambizioso. Significa raccontare attraverso una serie di interventi l'evoluzione anche della carriera di Felice Varini. E quindi ci siamo incontrati e abbiamo pensato di elaborare insieme un progetto con 10 interventi, di cui 9 actualisazion, quindi la riproposta, adattata ai nostri spazi, di 9 opere che lui ha realizzato in passato, le opere più importanti, e un'opera inedita. Quindi un'opera che è stata creata appositamente per il Museo d'arte di Mendrisio e che, diciamo, prima o poi avrà anche lei la sua actualisazion. Io credo che l'importanza sia proprio anche nella quantità, perché in Ticino lui ha già operato, quindi è un artista noto, però di solito di Felice si vede un intervento, un'opera, due opere. Noi complessivamente ne presentiamo 14, e questo, secondo noi rappresenta proprio quella sorta di narrazione che consente al visitatore di entrare fisicamente nel mondo di Felice Varini e comprenderne l'importanza storica, scientifica e critica nella scena internazionale”.
Le opere di Varini dialogano sempre con lo spazio. Come si è sviluppato il lavoro tra l'artista e gli spazi del museo?
Barbara Paltenghi Malacrida: “Allora, quando noi ci siamo incontrati, eh, la mia prima sensazione fu che, ehm, a determinare le, la decisione, quindi, eh, l'accettazione del nostro invito, sia stato proprio il nostro spazio. Per chi non lo conosce, il Museo d'arte di Mendrisio è ospitato in uno dei complessi monumentali di carattere nazionale più importanti del cantone Ticino. È un luogo stratificato con un'origine, ehm, al 1300 con gli Umiliati, poi il convento dei Serviti e siamo già nel 400, poi è diventata una scuola e poi è diventata un museo. Quindi è, è un luogo che racconta, ehm, chi lo ha ospitato, chi lo ha trasformato, chi lo ha vissuto, e, soprattutto, è un luogo che architettonicamente consente delle aperture inattese, dei lunghi corridoi alternati a delle sale più piccole, un grande salone, grandi finestre. Tutto questo si allineava da, io credo perfettamente, a quella che è la visione di Felice Varini, che, esplorando questo spazio, ha visto subito la possibilità, anzi, l'obbligo per il visitatore di attraversare ogni opera, ogni intervento, per poter andare a, a quella successiva”.
C'è un intervento che secondo lei rappresenta particolarmente bene il rapporto tra arte e spazio?
Barbara Paltenghi Malacrida: “Io credo che l'intervento che accoglie il pubblico, quindi quello nel chiostro, che poi è quello anche che lo congeda alla fine della visita, sia una delle opere più importanti, più rilevanti. Si intitola “360° Rouge numero 2” ed è stata presentata inizialmente al Museo Fridericianum di Kassel e poi al Centre Pompidou di Parigi che lo ha acquistato, quindi noi abbiamo chiesto il prestito al Centre Pompidou, ed è una linea rossa posta all'altezza degli occhi di Felice Varini, come tutte le opere: il famoso punto di fuga dove tutto appare allineato è a 162 cm di altezza. Nella pianta quadrangolare del chiostro questa linea continua, percepita come continua, e che, in realtà, scavalca le colonne, i capitelli, le pareti, vitruvianamente inserisce una forma circolare all'interno di una pianta quadrata. È un'opera storica di Felice Varini e io credo che contestualizzata in un luogo storico, ma anche sacro come il nostro, sia sicuramente una delle opere più riuscite all'interno del nostro percorso espositivo”.
Insomma, abbiamo capito che per comprendere appieno Varini è importante muoversi fisicamente.
Barbara Paltenghi Malacrida: “C'è una bellissima frase di Felice, lui dice: "Io faccio danzare le persone senza la musica". Perché per osservare un'opera di Felice Varini bisogna muoversi, non esiste un'osservazione passiva. C'è un punto di vista unico, dove l'opera appare perfettamente allineata, ma basta spostarsi di un centimetro e l'opera sembra esplodere, deflagrare in tanti segmenti pittorici molto belli. Quindi lo sguardo che noi dobbiamo avere nei confronti delle opere di Felice Varini è uno sguardo che deve adattarsi al tempo, nel senso che dobbiamo muoverci per osservarla e anche allo spazio”.
Grazie per questo viaggio all'interno del museo. Vogliamo lasciare il sito dove, ovviamente, si trovano tutte le informazioni?
Barbara Paltenghi Malacrida: è molto semplice: museo.mendrisio.ch. Il museo e la mostra sono aperti tutta l'estate, eccezionalmente la mostra terminerà l'11 ottobre.
Foto sopra: Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Mendrisio, 2026 © Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich, Foto: Mattia Mognetti