Arte giapponese al Musec di Lugano
Al MUSEC di Lugano la mostra «Pittura e poesia. Uomini e dèi nell'arte giapponese dell'età moderna» riunisce rotoli e paraventi dal XV al XX secolo. Cinque secoli in cui pittura, calligrafia e poesia convivono come un unico linguaggio, con figure umane e divine al centro del percorso. Ce ne parla Moira Luraschi, curatrice dell’esposizione in corso al MUSEC.
La videointervista completa è disponibile qui. È la numero 71 del nostro vodcast
Partiamo dal titolo della mostra: che rapporto c’è nella tradizione giapponese tra pittura e poesia?
“È un rapporto più stretto di quanto si possa immaginare, perché la pittura giapponese si innesta profondamente sulla poesia. C’è un tramite tra questi due elementi che è la calligrafia, cioè la scrittura, intesa proprio come forma d’arte. Esistono interi kakemono — cioè dei rotoli dipinti — che sono solamente calligrafici, dove la scrittura è equiparata alla pittura. Al punto che un artista giapponese deve essere idealmente formato in tutte e tre le arti: pittura, calligrafia e poesia. Ora, stando anche in base alle predisposizioni personali, uno può essere più versato nell'uno o nell'altro; molte volte, però, si trova un solo artista che è tutte queste tre cose insieme, altre volte invece si trovano collaborazioni strette tra artisti specializzati chi in calligrafia e chi più nella versione figurativa della pittura”.
Diciamo anche che questa esposizione copre un periodo molto ampio, perché andiamo dal XV al XX secolo. Si notano trasformazioni artistiche in questi secoli?
“Si notano delle differenze, ma non sono tanto legate allo scorrere del tempo; quindi non c’è una prospettiva diacronica vera e propria sulle opere. Al punto che l'esposizione non è strutturata in modo diacronico, e questo perché le opere giapponesi e le scuole di pittura giapponesi spesso vanno avanti anche per cinque secoli con degli stilemi figurativi molto rigidi. Si riconosce molto bene lo stile di una scuola che procede immutato per cinque secoli. Noi abbiamo scelto appunto un approccio non diacronico alle opere, in modo che, mettendo a confronto opere di scuole diverse magari sullo stesso tema, lo spettatore possa vedere una varietà di stili, dai più realistici ai più minimalisti, quasi grafici”.
Diciamo che anche un altro elemento affascinante di questa mostra, tra le tante cose, è la presenza di figure umane e divine. Che ruolo hanno queste figure nell’arte giapponese di quel periodo?
“Le figure umane e divine sono particolari non tanto nell'arte giapponese, che affronta il tema in più modi, sono particolari per noi del MUSEC. Nel senso che abbiamo avuto la fortuna di avere queste due collezioni che costituiscono l'esposizione — cioè la collezione Perino di rotoli verticali e la collezione Di Milia di paraventi — che avevano come tema principale proprio quello delle figure umane. Quindi abbiamo deciso di scandagliare questo tipo di soggetto e abbiamo avuto la fortuna, con queste due collezioni, di avere tantissime figure umane, di modo da descrivere un po' quella che era la vita in Giappone. Quindi si va da poeti, intellettuali, filosofi, guerrieri, geishe, figure divine e semidivine — questo perché la religiosità giapponese è molto varia — fino a personaggi più comuni come pescatori, pescivendoli o persone in processione”.
Parlando della quotidianità giapponese, nella mostra ci sono rotoli e paraventi dipinti. Ma questi oggetti come venivano utilizzati?
“Partiamo dai paraventi, perché la parola in giapponese per dire paravento è byōbu, e byōbu letteralmente significa "parare il vento", "fermare il vento". Cioè erano oggetti funzionali. Funzionali soprattutto se pensati in quelle che erano le case tradizionali giapponesi, soprattutto le case di alto rango dei nobili o dei ricchi commercianti. Erano spazi molto grandi, senza partizioni interne e senza una funzionalità specifica delle stanze, per cui una stanza doveva essere polifunzionale. Proprio perché doveva essere polifunzionale, molto spesso non era arredata. Immaginatevi grandi spazi vuoti, ampi, che però dovevano essere a un certo punto ripartiti, anche solo per questioni di privacy, e quindi in quell’occasione si tiravano fuori i paraventi. Una cosa che accomuna sia i paraventi sia i rotoli verticali è l’uso situazionale che si fa di questi oggetti. Nel senso che sono oggetti il cui soggetto dipinto doveva accordarsi alla situazione. E che cos’è la situazione? Innanzitutto è la stagione. Quindi non si può tirar fuori un paravento con un’immagine invernale quando si è in piena estate. È un faux pas di estetica, non si fanno queste cose. Lo stesso vale soprattutto per i kakemono, cioè i rotoli verticali, che erano esposti un po' come noi facciamo con i quadri alle pareti; quindi non avevano una funzione strettamente legata all’arredamento come i paraventi, ma venivano esposti in uno spazio specifico, che è una nicchia incassata nel muro di una stanza che si chiama tokonoma. Di solito la stanza del tokonoma è la stanza in cui si ricevono gli ospiti e si fa la cerimonia del tè. Quindi il kakemono deve essere in linea con quello che è lo spirito del tè, il chadō appunto, la "via del tè", che è una via fatta di armonia, nessun tono forte. Quindi i kakemono, per esempio, non hanno i colori sgargianti che hanno i paraventi. Deve essere tutto, mi vien da dire, smorto — ma smorto è un aggettivo negativo — deve essere tutto tenue, rispettoso, che ispiri sensazioni ed emozioni delicate. Quindi i kakemono sono situazionali per il discorso delle stagioni, come dicevo prima, ma anche legato a questo contesto molto specifico della cerimonia del tè”.
Possiamo raccontare qualcosa della neve speciale che accoglie i visitatori?
“Sì, lei fa riferimento alla prima opera che si vede entrando nelle sale, che è un paravento a doppia anta dove c’è ritratto un fagiano su una quercia innevata. Ecco, io inviterei il pubblico a guardare bene il bianco della neve, perché quel bianco è un bianco speciale fatto con delle conchiglie lasciate sbiancare al sole per quindici anni e poi passate e ripassate al mortaio e setacciate, di modo da ottenere una specie di cipria impalpabile che diventa questo bianco madreperlaceo che ha un effetto quasi tridimensionale che si vede proprio sul ramo della quercia”.
Ci vediamo al MUSEC! Il sito è www.musec.ch. La mostra è aperta tutti i giorni tranne il martedì fino al 17 maggio 2026.